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  • Collettivo Teatro Prisma

UN'INTERVISTA DELL'AMICO DARIO VILLASANTA A GIOVANNI GENTILE

L’onestà dell’arte, ovvero: il ‘Giovanni furioso’, Gentile ma non troppo.

(foto di copertina del grande fotografo Andrea Lops)

(di Dario Villasanta)

Lasciare un lavoro comodo, perché remunerativo e ‘canonico’, dove a differenza di ora non ti senti dire ‘disoccupato’ perché fai teatro. E non solo teatro: teatro d’inchiesta, argomenti difficili che hanno attirato più volte ostracismi non da poco. Giovanni Gentile, due domande in una: perché una tale scelta, e se eri davvero consapevole dei rischi prima di scegliere questo cambio di rotta?

Perché una mattina mi sono svegliato alle 5 e avevo davanti due strade: buttarmi dal balcone o seguire la mia reale natura. Alla prima ipotesi c’ho pensato seriamente ed ero lì lì per farlo. Poi mi è passato un lampo di ragione nel cervello, ho aspettato le 8 e ho mandato tre lettere di dimissioni alle aziende che rappresentavo. E sono ancora qui a raccontarlo, per fortuna. Sulla consapevolezza, ti posso dire che la fame dei primi anni è stata comunque una fame felice, molto più felice di una “ricchezza” vuota.

La scrittura, come tutta l’arte, è una cosa che ti brucia dentro. Puoi avere il coraggio di affrontare questo incendio oppure nasconderti dietro un “lavoro normale” e fare il dopolavorista ferroviario. Io non ce l’ho fatta più ad un certo punto a nascondermi. Ci vuole coraggio.

Sapevi già, in quel momento, che tipo di teatro avresti voluto comporre? Voglio dire: avevi già in mente di andare a scavare nel torbido, o è un’esigenza nata in seguito?

Io vengo da una formazione cinematografica romana, quindi il mio background culturale è stato formato tra Cinecittà e New York. Istintivamente il mio primo copione “vero” dal titolo Io & Miryam era un musical su una ballerina lesbica tedesca, ballerina nei famosi Kabaret di Berlino degli anni ’40, che si innamora, ricambiata, di una ballerina classica ebrea. Finiscono entrambe ad Auschwitz da cui ne ritorna viva solo una. Quindi, nonostante la mia cultura diciamo pop, ho da sempre l’istinto di scrivere sui retroscena della Storia. E’ una cosa innata, non so come mai ma è così

Quindi un’ambientazione e un genere pop intriso di umanità disperata, questo fu il mio primo spettacolo vero portato in scena anche con successo clamoroso, perché è arrivato in diversi paesi europei.

In Italia invece, con Palmina-amara terra mia (inchiesta teatrale sul truce omicidio di un’adolescente in Puglia, pochi anni orsono) hai faticato di più. Banale chiederti perché, ma è una scusa per poter scrivere la risposta. O le risposte…

Non so se ho faticato di più. In realtà ho faticato di più solo a Bari. Quindi ti cambio lievemente la domanda e mi chiedo: perché Palmina – Amara terra mia è stato accolto ovunque con clamore mentre a Bari, nella mia città, nella città in cui Palmina Martinelli è morta, nella città in cui Palmina, in realtà, è stata processata e condannata, faccio ancora una fatica incredibile?

Perché la storia di Palmina Martinelli è una storia ingombrante per il Tribunale e per la politica barese. E’ la storia di una bambina che con un atto di estremo coraggio e di estrema linearità e chiarezza, denuncia le persone che l’hanno appena, pochi minuti prima, bruciata viva. E questa estrema chiarezza è registrata su un nastro dall’unica persona che in quel processo l’ha difesa, il P.M. Nicola Magrone, oggi Sindaco di Modugno. Palmina muore il 2 Dicembre 1981. Per due anni le viene addebitato di tutto fino alla sentenza di Primo Grado della Corte d’Assise presieduta dal Dott. Michele Sarro il quale, nella sentenza, scrive che Palmina mente.

Fino alla Cassazione in cui una santa viene tacciata di calunnia. Per cui tu puoi ben capire quali forze ci siano nel tenere tutto silenziato. Soprattutto a Bari

Per la pièce su Aldo Moro (Chi ha paura di Aldo Moro, nda)  invece, è diverso?

E’ diverso ma non so perché. Nel senso che nello spettacolo smontiamo il lavoro della Commissione Parlamentare, smontiamo le teorie, chiediamo a gran voce l’amnistia per i 22 ex brigatisti che dopo 38 anni (caso unico in Italia) sono ancora in regime di 41bis, chiediamo di riaprire quel capitolo della storia italiana. Denunciamo le malefatte della DC e dei suoi capi, però non ha avuto l’esplosione di indignazione della gente e di ostracismo dei piani alti, che si è creata con Palmina. Non me lo chiedere, non so perché

Forse perché il delitto Moro è lontano dal vivere quotidiano, perché la gente ha pietà di una bambina e non di un politico. Non so.

Azzardo io: perché è più semplice dire ‘è colpa di altri’ e non sentirsi responsabili?

Molto più facile dare colpe e a chi si avverte un che di lontano che non al vicino di casa, o a sé stessi?

Perché è più facile essere giustizialisti che interrogarsi sulla propria storia. I 40 anni dal delitto Moro hanno intorpidito le acque e le coscienze. Mentre Palmina è una ferita che noi in realtà apriamo oggi, perché portiamo la storia di Palmina per la prima volta tra la gente. Il giudice Magrone in questi 37 anni ha continuato a gridare la verità, ma evidentemente noi che ne abbiamo raccolto il testimone, abbiamo un linguaggio, che è quello del teatro, più immediato e più potente. Ma, aggiungo, noi siamo solo coloro che hanno raccolto il testimone. La gran parte del lavoro l’ha fatta Magrone, noi abbiamo solo dato la penultima spallata.

L’ultima spero la diano i giudici con la riapertura dell’inchiesta

Arriviamo al punto che mi interessava, che può parere poca cosa ma ho il mio perché. Ricapitolando: sei un lavoratore onesto, che ama dire la verità e, per di più, tramite la cultura che in Italia aumenta il rischio di finire sotto i ponti da un momento all’altro, che già succede svolgendo mestieri ‘normali’. Al netto delle minacce ricevute costantemente.

 Da dove iniziamo a spiegare, o a indignarci e sbattere le porte, per una cosa del genere? Perché che tu sia operaio in fabbrica o teatrante, le difficoltà sono le medesime: fare il tuo dovere senza però parlare troppo. Da dove dobbiamo iniziare per cambiare davvero le cose per chi lavora onestamente? Il che poi ha a che fare anche con l’omertà e la ‘mafiosità’ insite in ognuno di noi

La tendenza a cui ci abituano è quella di non parlare. Quanti genitori, per primo i miei, quando siamo giovani, ci dicono “non litigare col professore”, oppure “stai zitto con il capoufficio perché sei l’ultimo arrivato e ti prende in antipatia”. O il classico “tu fatti i fatti tuoi”. E’ un modo di fare e di pensare comune che poi ci ha portato a questo. Ti parlo del teatro. Il teatro, così com’è oggi, tranne casi rari, non ha più niente da dire

Però è comodo per tutti portare in scena Cechov, Shakespeare o il vernacolo

E’ comodo per chi lo fa, perché non si sforza minimamente a cercare soluzioni e poi chiede finanziamenti, ed è comodo per il sistema perché non dici e non fai cose scomode, quindi se non rompi i coglioni può essere che due date dal comune le rimedi. Però il teatro così è morto. Non interessa i giovani, perché parla un linguaggio astruso, non interessa chi Shakespeare l’ha già visto venti volte, non interessa i bravi registi che con Cechov, studiato nelle accademie, oggi ci fanno il brodo di pollo

Però, guarda caso, nei cartelloni comunali, ci sono sempre ‘ste cose vecchie. Chissà perché

E intanto, come ti ho detto, il teatro, la drammaturgia si parla addosso e si ripete in un circolo mortale

Quando qualcuno leggerà questo articolo potrebbe commentare ‘cazzi suoi! Non gliel’ha ordinato il dottore di fare questo mestiere. Io mi sono scelto un lavoro normale, e ‘sto problemi non li ho.’ Faccia la morale a qualcun altro!’

e potrebbe dirlo anche qualsiasi scrittore dei giorni nostri.

E pensi che me ne freghi qualcosa?

(Rido di gusto e ci dedichiamo una sigaretta, mentre finisco di ridere, nda)

Io venni con te e Barbara Grilli, l’attrice che ha avuto il coraggio di seguirti nelle imprese teatrali più azzardate, in Puglia l’anno scorso e mi commuove ancora il ricordo di come un paese intero ci seguì con l’anima, partecipò al dibattito e vi circondò ammirati per quanto raccontavate. Un’esperienza che mi scosse, e confesso che ti presi a esempio, nel mio piccolo e come ho potuto. Chi vuole fare arte oggi, ha la minima idea di cosa voglia dire un esempio del genere? Cioè: scegliere la strada più difficile?

Che botta che fu quella sera. Era la prima volta che con Palmina – Amara terra mia ci spostavamo così tanto da Bari, con tanti dubbi tra l’altro. Fu veramente una serata emozionante

Già, 350 persone in un posto che sappiamo cos’aveva vissuto…

Non so se questa sia la strada più difficile, sicuramente a me sarebbe molto più comodo fare Pirandello. Però otterrei tre risultati che non voglio. Non vivrei più il calore unico delle persone, parlerei un linguaggio lontanissimo dai giovani e smetterei di voler cambiare il mondo. Tutte cose che non voglio fare. Per cui lascio “Le Rane” di Aristofane o “Lumie di Sicilia” a chi ha poco da dire di suo.

Io di mio da dire ho tanto e cerco di dirlo. Quando non avrò più niente da dire mi ritirerò a coltivare pomodori. Quello che dovrebbero fare molti scrittori o molti registi teatrali già domani

Avete rappresentato Palmina (e anche Chi ha paura di Aldo Moro) di fronte a molti giovani, spesso scuole. Che sensazione hai avuto, come hanno recepito il messaggio secondo te? Gli rimarrà, o sarà soltanto rimasta una parentesi senza memoria?

Ora mi stacco un attimo da me stesso e cerco di essere obbiettivo

Palmina è un’esperienza per i ragazzi devastante

Abbiamo avuto fino a 300 spettatori dai 15 ai 19 anni che non hanno fiatato per un’ora, immobili sulle sedie. Ragazze che ci venivano a cercare nei camerini in lacrime, lettere, richieste di aiuto. Qualcuno ha organizzato un pullman per andare dal loro paese a Fasano, il paese di Palmina, per andare a portarle dei fiori sulla tomba. Io penso che quel coraggio sia un esempio pazzesco per i ragazzi che rimarrà nella loro memoria. Non grazie a noi, sia ben inteso, ma grazie a Palmina.

Ora potrei apparire arrogante, ma sto solo raccontando dei fatti oggettivi e chi ha partecipato a questo rito collettivo che è lo spettacolo, sa perfettamente di cosa parlo (tu sei fra questi) .

In famiglia come hanno vissuto questo tuo esporti? Sia come lavoratore ‘senza paga sicura’, sia per le conseguenze del tuo mestiere (minacce, ecc.)

Fortunatamente ho una famiglia molto intelligente

È sufficiente?

Fortunatamente ho una famiglia che negli anni è diventata molto intelligente. Quindi da qualche anno partecipano, mi sostengono, mi incoraggiano. All’inizio, certo, mi hanno guardato con scetticismo, ma li capisco benissimo. Certo, quando mi forano le ruote o quando durante uno spettacolo uno si alza e mi dice “si ricordi che durante il processo una bambina è morta in uno strano incidente. Stia attento anche lei” evito di dirglielo

Dall’alto di quanto ci siamo detti fin qui, adesso io ti chiedo un qualcosa: un monito, un suggerimento o qualsiasi altra verità ci schiuda gli occhi sull’idea di essere dei veri artisti e uomini allo stesso tempo, oggi nell’epoca del quarto d’ora di felicità su YouTube e del pensarci tali senza perdere tempo. A te la parola.

Avrei  dei dubbi! E’ facile fare una cosa carina, ma le cose carine oltre ad aver fatto il loro tempo, le fanno, come dicevo prima, i dopolavoristi. Il compito dell’arte è trovare linguaggio nuovi, andare in campi che sono stati solo toccati da altri e finirci dentro con tutte le scarpe. Non badiamo a fare delle cose carine che ci fanno guadagnare i like su Facebook degli zii entusiasti della nipote. Facciamo cose nuove, cambiamo il mondo. Altrimenti andare in scena, danzare, scrivere, diventa solo una masturbazione cerebrale o un vecchio modo di soddisfare il nostro egocentrismo e il nostro narcisismo. E, purtroppo, di cose “carine” ne sto vedendo sempre di più. E a volte “carino” fa rima con “inutile”. E come si fa a non fare delle cose inutili? Studiando anche la sera del 14 agosto, lavorando solo, dimenticandosi gli affetti in un cassetto, correndo molto rischi e soprattutto non vendendosi mai al miglior offerente

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