Il Collettivo Teatro Prisma si occupa di produzioni teatrali che abbiano, quale fine ultimo, il germe di una riflessione personale, che fiorisca in una consapevolezza sociale più attiva e partecipativa.

Temi degli spettacoli sono spunti di cronaca e di riflessioni socio-politiche, maturati in seguito ad un impegno sociale propositivo di Giovanni Gentile e Barbara Grilli, attivi anche nel campo della formazione e del recupero delle marginalità sociali, attraverso l'impegno più alto del "fare teatro".

Il 2018 è stato l’anno in cui si è celebrato il 40° anniversario dalla strage di Via Fani e della morte di Aldo Moro. In questo spettacolo particolare, con una scenografia mobile e ricca di particolari, si rivivranno quei 55 giorni non da un punto di vista di una fredda ricostruzione giornalistica ma da un punto di vista umano, puntando lo zoom di una ipotetica macchina da presa della scrittura su ciò che negli uomini e nelle donne protagonisti di quei fatti, da entrambe le parti, si mosse.

Allora ci sarà il borgo in cui crebbe Barbara Balzerani, ci sarà Francesco Zizzi perso tra i suoi ricordi d'infanzia, ci sarà il fragore dei cancelli delle carceri materiali e morali che vengono chiusi e poi riaperti solo dietro la promessa di un pentimento e poi la negligente e scriteriata, con dolo o con colpa, linea della fermezza, che condannò Moro ad una morte sicura.

Si tenterà di dare un senso o un non-senso ai tanti dubbi posti dalla Commissione parlamentare. Si parlerà di un partito che da Moro fu disconosciuto e ritenuto da Moro stesso causa principale degli eventi.

E si tenterà di riannodare il filo con quella generazione che, da una parte e dall’altra della barricata, sconta ancora oggi lutti e dolore.

Lo spettacolo è stato inserito nel cartellone del Teatro Pubblico Pugliese per la stagione 2017/2018.

Chi ha paura di Aldo Moro

Raramente capita a teatro di vedere un giallo, difficilmente si rappresenta su un palcoscenico il mistero di un omicidio. Lo spettacolo di Giovanni Gentile ha un’ambientazione noir, è uno spaccato di vita ma è soprattutto un thriller in cui sia la scrittura che la messa in scena sono influenzate da autori come Simenon, Truffaut e Polanski.

Un uomo e una donna, un’imputata per omicidio e il suo avvocato difensore, impegnati in un dialogo serrato, in cui i ruoli che i due protagonisti interpretano nella vita non sono che una parvenza, una recita. Un scorrevole, intenso, emozionante atto unico interpretato da Barbara Grilli e da William Volpicella.

Barbara dà voce e corpo ad una donna enigmatica, complessa, sarcastica al limite della cattiveria, in preda ai suoi incubi e ai suoi psicofarmaci. William interpreta un uomo con le sue nevrosi, classiche del nostro tempo, in preda ad una crisi umana e professionale che potrebbe essere dietro l’angolo per ciascuno di noi. Due misteri, due vite che si incontrano, si intersecano per un attimo lasciandosi e lasciando, anche negli spettatori, dei solchi profondi. Dialoghi potenti, violenti, due persone che mettono la loro vita una nelle mani dell’altra.

Fino all’ultima parola detta sul palcoscenico tutto potrà cambiare, tutto potrà essere ancora svelato, un interrogativo dietro ogni interrogativo, ogni frase racchiude un’altra frase, ogni immagine racchiude un’altra immagine. Ogni verità racchiude un’altra verità, in un assurdo gioco di scatole cinesi. O forse no.

 

Premio Sipario – Autori Italiani 2016 come miglior drammaturgia originale dell’anno

Premio Teatro d’Inverno 2016

Le due vergini

Raccontare la verità, gridarla, senza fraintendimenti.

Sessanta minuti di un monologo complicato, forte, doloroso, recitato ad un ritmo intensissimo, da cui lo spettatore risulta rapito, catapultato in un’altra epoca ma al tempo stesso immobile sulla sedia.

Si ripercorrono le tappe della tragedia umana e giudiziaria di Palmina Martinelli, la 14enne fasanese uccisa nel 1981 e che sembra, ancora oggi, un peso per i tribunali di questa nazione. Una storia che ancora si sussurra, che non si può ancora urlare e definire conclusa oggi, a quasi quarant’anni dai fatti.

Si parla di un Pubblico Ministero instancabile, Nicola Magrone, all’epoca giovane chirurgo al Pronto Soccorso di Fasano. Si parlerà di una silente e nascente criminalità organizzata pugliese, di giudici compiacenti e di sentenze incomprensibili se non sono lette con una chiave particolare. Si parlerà di un processo che sfocia nel paradosso. Perché, per dirla con le parole del pubblico ministero di allora, “le aule di giustizia non sempre si meritano quell’encomio solenne, quell’adulazione continua, quell’ammirazione. Perché le aule di giustizia sono anche luoghi dove si commettono estremi atti di IN-giustizia”

Perché in questo monologo, dopo tanti anni, si faranno nomi e cognomi…

 

Lo spettacolo ha ricevuto per meriti sociali ed artistici il Patrocinio del Comune di Modugno, contribuendo in maniera sostanziale all’intitolazione di piazze e giardini in tutta la Puglia a Palmina Martinelli e alla ricusazione da parte della Corte di Cassazione di Roma della richiesta di archiviazione delle indagini giunta dal Tribunale di Brindisi.

Ha partecipato al Roma Fringe Festival 2016 ricevendo la Nomination come Miglior Drammaturgia del Festival.

Barbara Grilli ha vinto come miglior attrice per questo spettacolo il Premio Internazionale Martucci 2016 e il Premio Miglior Attrice “Teatro d’Inverno” 2017.

Palmina -

Amara terra mia

"Mi assumo tutta la responsabilità per l'omicidio di Garofalo Lea". Così Carlo Cosco, ex compagno di Lea, confessa in aula il suo atroce delitto.

È il 24 Novembre 2009 quando la prima testimone di giustizia calabrese scompare senza lasciare tracce, l’ultimo avvistamento un’immagine di una telecamera di Corso Sempione a Milano. Una battaglia, quella di Lea, durata quasi 7 anni, da quel lontano giorno del 2002 in cui entra nella caserma dei carabinieri di Petilia Policastro e inizia a raccontare tutto quello che ha visto.

La 'Ndrangheta è un modello di vita, una cultura, uno stato nello Stato che spaccia, appalta e uccide e Lea racconta di come Milano sia ormai impregnata di questo malaffare che ha origini storiche in Calabria ma che ormai ha infettato tutto il Nord Italia. Fa nomi e cognomi, riporta luoghi, ore e date e viene “deportata” con la figlia Denise, ancora bambina, su e giù per l’Italia nel programma di protezione per i testimoni di giustizia.

Giovanni Gentile e Barbara Grilli raccontano del coraggio di Lea, sola contro tutta un’organizzazione mafiosa, contro una cultura radicata da secoli, contro un clan di pericolosi criminali assassini. Ma raccontano anche del cancro ndranghetista che infetta l’edilizia pubblica, l’economia e la finanza e di come la ‘Ndragheta sia  entrata, prepotentemente, nella stanza dei bottoni.

Denuncio tutti

             Lea Garofalo

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